L’intelligenza emotiva può aiutarci a relazionarci meglio, ad avere compassione ed empatia nei confronti degli altri e di noi stessi. Ci permette di prendere decisioni migliori e di raggiungere obiettivi in linea con i nostri valori.
Nello scorso post, che puoi leggere qui, abbiamo parlato di intelligenza emotiva come abilità, ma ci sono almeno altri due modelli che vale la pena di esplorare.


E l’intelligenza emotiva sul lavoro è davvero così importante?

L’intelligenza emotiva come tratto

Secondo Petrides e Furnham (2001), l’intelligenza emotiva non è una competenza, ma è innata e riguarda la percezione della sfera emotiva di un individuo.
E’ possibile, dunque, misurare questo tratto attraverso un questionario specifico, il Trait Emotional Intelligence Questionnaire (TEIQue).

Il modello di Goleman

Goleman (1995) propone, invece, un modello misto che combina il potenziale innato e l’abilità di sviluppare l’intelligenza emotiva attraverso l’apprendimento e l’esperienza.
In particolare, identifica quattro aspetti:
– Self-awareness (auto-consapevolezza) – identificare i propri stati emotivi;
– Self-regulation (auto-regolazione) – l’abilità di gestire le nostre emozioni;
– Social awareness (consapevolezza/sensibilità sociale) – sviluppare l’abilità di valutare e influenzare le emozioni degli altri;
– Social skills (competenze sociali/capacità relazionali) – sviluppare l’abilità di creare e mantenere buone relazioni interpersonali.

Cosa significa avere intelligenza emotiva in ambito professionale?

Il concetto di intelligenza emotiva provoca diversi dibattiti.
Quello che sappiamo, però, è che questa competenza risulta in evidenza anche nei report del World Economic forum come sempre più richiesta nel mondo del lavoro.
Sviluppare l’intelligenza emotiva significa diventare più aperti e consapevoli di certi processi, emozioni, sensazioni in modo da farne uso in modo adeguato.
Significa, però, anche identificare più facilmente tentativi di essere manipolati, distratti, o persino umiliati.

L’intelligenza emotiva per cambiare lavoro

Paola, 34, sviluppatrice di software, decide di lasciare un nuovo lavoro dopo circa 4 mesi.
Quello che sembrava il posto “giusto” si rivela totalmente inadeguato rispetto alle sue aspettative e necessità.
Paola fa un’analisi molto accurata e razionale, ma utilizza soprattutto la sua intelligenza emotiva per dare ascolto a delle emozioni non transitorie. Sono proprio queste emozioni a guidarla in modo consapevole verso la decisione.

A distanza di poche settimane, Paola non perde la motivazione e non si sente annientata da un’esperienza negativa. Riesce, invece, a sostenere diversi colloqui in modo brillante e a cambiare lavoro senza guardare indietro chiedendosi “come sarebbe stato se”…

L’intelligenza emotiva – sostiene – rappresenta davvero una marcia in più in un mondo del lavoro davvero caotico. Sei d’accordo?

Fonti: Goleman, D. (1995) Emotional Intelligence: Why It Can Matter More Than IQ. New York: Bantam Books

Foto di Amanda Dalbjörn su Unsplash

Leave A Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *