La pandemia ha avuto un impatto sui lavoratori in modi differenti. Le pressioni e l’incertezza del mercato sono aumentate creando ambienti in cui i livelli di stress sono sempre più alti.
Lo stress cronico può causare oltre alla sensazione di essere esausti, sentimenti di negatività, cinismo e ridotta efficacia nel lavoro.
Il cosiddetto burnout può cambiare completamente la vita di una persona.
In questo blog post ti racconterò l’esperienza di Gonzalo.

Burnout e pandemia

“Burnout is what happens when you are trying to avoid being human for too long”. (Michael Gungor)
(Il burnout è ciò che ti capita quando stai provando a evitare di essere umano per troppo tempo).

Diversi studi dimostrano che chi lavora da casa ha più probabilità di affermare che il burnout sia peggiorato nel corso della pandemia.
L’aumento del numero di ore di lavoro, la mancanza di un equilibrio tra vita e lavoro, l’impossibilità di disconnettersi da un ufficio e di prendere del tempo per ricaricarsi all’esterno, il senso di isolamento e la privazione di relazioni interpersonali sono fattori molto rilevanti.

Aldilà di questi fattori, però, possiamo affermare che ci sono dei driver specifici del burnout che prescindono totalmente dalla pandemia:
● Workload (la quantità di lavoro)
● Non avere abbastanza tempo per completare le proprie task
● La mancanza di supporto da parte dell’organizzazione o di altri
● La mancanza di possibilità di crescita
● La mancanza di allineamento tra valori e principi dell’azienda e personali.

La storia di Gonzalo

Gonzalo, 32, sviluppatore android, ex Berliner, mi racconta del suo burnout e della decisione di ritornare in Spagna dopo numerosi anni all’estero, in particolare a Berlino.

Ad un certo punto – ricorda – il lavoro è aumentato tantissimo e le pressioni di conseguenza. Essendo a casa, continuavo a lavorare, perché non avevo opzioni, finché mi sono accorto che cominciavo ad avere sintomi fisici e non solo psicologici di forte stress.
Era inverno e il clima non aiutava.
Mi sono messo in malattia per qualche giorno e ho preso la bici per cercare di disconnettermi il più possibile da quel malessere.
L’azienda ha provato a sostenermi, ma avevo già superato il limite.
Ho fatto coaching
online e con il tempo ho capito che le mie priorità erano del tutto cambiate.
Non avevo più 25 anni, non ero più circondato dal gruppone di amici con cui uscivo ogni weekend nei locali di Berlino e non rincorrevo più il desiderio di crescere professionalmente per guadagnare più soldi
“.


A Natale Gonzalo ha fatto le valigie ed è tornato in Spagna con un biglietto “solo ida”, rimanendo inizialmente a lavorare da remoto per l’azienda berlinese.

Il mondo VUCA e il futuro

Il burnout e la pandemia hanno probabilmente accelerato quello che era un bisogno latente di “tornare a casa”.
Gonzalo ammette di essere preoccupato per l’incertezza del futuro e di comprendere pienamente di nuotare in un mondo VUCA (dall’acronimo inglese: volatility, uncertainty, complexity and ambiguity), volatile, incerto, complesso e ambiguo.
Allo stesso tempo, è consapevole delle sue nuove priorità e degli anni di intenso studio e lavoro cercando di migliorare sempre, di crescere, di imparare tante lingue.
Questo gli permette di sentirsi resiliente.
Attualmente ha scelto di vivere un periodo alle Canarie per poter ricaricare il corpo e la mente prima di cominciare una nuova vita sulla penisola iberica.
Durante la nostra conversazione fa molto riferimento alla sua intelligenza emotiva, di cui ti parlo qui, come motore per avere il coraggio di cambiare vita.

Ti è piaciuto leggere la storia di Gonzalo? Condivi questo post e iscriviti alla newsletter qui per non perderne nessuno!

Foto di Tom Brunberg su Unsplash

Per approfondire: https://www.who.int/news/item/28-05-2019-burn-out-an-occupational-phenomenon-international-classification-of-diseases

Leave A Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *