“Un ristretto gruppo di individui alle dipendenze di un ristretto gruppo di società tecnologiche orienteranno grazie alle loro scelte il pensiero di un miliardo di persone… Non riesco a immaginare un problema più urgente di questo… Sta cambiando la nostra democrazia, e la nostra capacità di intrattenere le conversazioni e i rapporti che desideriamo con gli altri”. Tristan Harris, ex dipendente di Google

Un po’ di storia

Nel 2014 ero la tipica Millennial a Berlino alla ricerca di un posto nel mondo in grado di darmi soddisfazione e significato.

Un giorno ho risposto ad un annuncio su un portale online per la ricerca di lavoro e ho cominciato un viaggio…

Prima di allora non avevo mai visto video su Youtube che non fossero musicali, non avevo un account Twitter ed Instagram era il social per mettere i filtri alle foto, ma ho pensato che quel tipo di lavoro avesse qualcosa di creativo e innovativo.

Trascorrevo giornate intere su Youtube a chiedermi cosa, chi, perché, come e quando potesse funzionare online.

Dopo meno di 2 mesi di lavoro ero alla mia prima conferenza negli uffici di Google, poi agli eventi di gaming. Il settore stava crescendo alla velocità della luce, a tratti con grande anarchia e caos. I miei colleghi e le persone con cui interagivo quotidianamente vivevano letteralmente con lo smartphone in mano. Era il trionfo assoluto del multitasking, dell’urgenza improvvisa, dell’essere sempre sul pezzo. Ed io mi sentivo perennemente stanca. 

La mancanza di significato 

E’ stato quando, qualche anno dopo, mi sono ritrovata a dovermi preoccupare principalmente di numeri ad ogni costo, a discapito di creatività, meritocrazia e competenza, che ho provato davvero una mancanza di meaning (significato).

La mancanza di questo significato in moltissimi casi è ciò che spinge le persone a lasciare lavori ed aziende. “Ma quindi io a cosa servo? Che cosa faccio per gli altri e per il mondo?” 

Mancanza di significato + “inquinamento digitale” + incapacità di disconnettermi e di vivere pienamente nel qui ed ora mi stavano togliendo una parte di me…

Ed era un problema generazionale nascosto benissimo dai filtri dei Social Network, dal bisogno di essere presenti online nella versione migliore di noi stessi, dalla necessità di essere sempre reperibili, perché in fondo “dovevamo essere grati” per il lavoro e dimostrarlo a tutti costantemente.

La crisi e la svolta

La crisi è stata inevitabile, ma volevo andare a fondo al punto di scavare nei sogni, al punto di chiedermi se ci fosse un’alternativa.

La mia alternativa l’ho trovata in un mix tra gli studi in psicologia, l’esperienza nel digitale e il Coaching. Attualmente qualcuno sta cavalcando l’onda del benessere digitale come possibile trend del nuovo decennio, ma per me rappresenta quasi una missione.

Cosa possiamo fare per (ri)educarci al digitale? Come possiamo usare la tecnologia affinché si trasformi in una risorsa preziosa senza interferire con la nostra capacità di pensare? Cosa possiamo fare per aiutare generazioni di iperconnessi sempre più soli e a volte paralizzati a prendere in mano le loro vite? 

Oggi per me è indispensabile rendere le persone consapevoli del fatto che non tutto ciò che leggiamo, ascoltiamo e vediamo online rappresenta una verità scientifica.

Le nostre scelte quotidiane sono continuamente influenzate da un numero ristretto di compagnie tech e questo sta cambiando il concetto stesso di democrazia.

Siamo continuamente targhettizzati in base a ciò che l’algoritmo suppone ci potrà interessare, ma quanto siamo in grado di capirlo?

L’epilogo o inizio di un nuovo viaggio

Negli ultimi mesi ho avuto l’occasione di lavorare di nuovo con creator di contenuti digitali come Coach e di ritrovare il fattore umano. Nella giungla di internet ci sono persone che si chiedono come portare significato agli utenti.

E allora c’è Simone, un fisico nucleare, che vuole divulgare la scienza tra le persone; c’è Giulia che abbandona un canale di 200.000 iscritti per ricominciare da zero e creare contenuti seguiti da una community vera; c’è Daria che usa il web per divulgare uno stile di vita più sostenibile e coerente con i suoi valori green; c’è Sascha che si prende una lunga pausa per ritrovare sé stesso.

#bemorehuman è l’hashtag di una campagna di un brand sportivo di qualche anno fa, “Be more human” è la direzione in cui internet avrà l’occasione di condurci? 

Happy Digital Wellness Day!

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